mercoledì 10 giugno 2009

sulla strada

Se guido a lungo riduco il senso di attenzione: metto in atto un’inconsapevole sequenza di movimenti meccanici ed istintivi, esclusive risposte a stimoli muscolari, apparentemente senza alcun intervento cosciente. Non provo il minimo senso di affaticamento ma dubito che sarei in grado di rispondere prontamente ad un imprevisto. Lo scollamento è adesso totale: la radio ingestibile per le continue gallerie e nessun cd interessante a portata di mano mi hanno costretto a spegnere lo stereo, lasciandomi in uno stato di catatonica attenzione alla strada.

In coda alla cassa dell’autogrill per un caffè ristoratore, mi affiancano due ragazze che sembrano uscite da un manuale per aspiranti Paris Hilton: look, portamento e dettagli sono inaccettabilmente fashion, dagli occhiali fascianti Dior al microscopico cane scheletrico e bizzoso portato nell’apposita borsetta a tracolla. Inutile dire che fra tacchi, jeans vita bassa, frangetta supponente e consapevolezza provocante, le due ragazze riscuotono un certo successo fra gli avventori maschi – io con loro – richiamando alla mente scontati desideri erotici di ispirazione televisiva. Sebbene comprenda come l’adeguarsi – o il non adeguarsi – ad un riconoscibile modello estetico sia un facile metodo per affermare la propria presenza sociale, di sicuro più rapido che imparare a trasmettere un’immagine incisiva e convincente della propria personalità, mi risulta difficilmente giustificabile un’aderenza così eccessiva ad un modello viziato e infine ben poco trasgressivo. Più che una valutazione strutturata è un mero spunto estemporaneo: non sono a mio agio con la formulazione di opinioni articolate, mi serve un interlocutore a guidarmi nella messa a fuoco dei frammenti indistinti. Astratto nei miei pensieri non mi accorgo dello sguardo perplesso della cassiera che mi allunga lo scontrino.

Fra i palazzi anneriti della periferia, quando l’autostrada si alza in cavalcavia reclamando il suo status di arteria preferenziale prima di essere fagocitata dal traffico cittadino, Lifegate radio inanella una sequenza di canzoni perfetta: calda, notturna, scivola come velluto, suggerendo di non fermarti mai, guidare tutta la notte sulla scia delle note. L’irrompere di una qualche interessante pubblicità eco-sostenibile spezza la magia e ti spinge a imboccare mestamente il viale verso casa.

martedì 9 giugno 2009

l'anticristo

Premetto: non conosco sistematicamente Von Trier; mi sono semplicemente imbattuto in alcuni dei suoi film.
Von Trier è folle. Folle ma genio. Quando un’opera d’arte continua a pulsarti in testa anche se non ti è piaciuta, allora c’è qualcosa di geniale. Antichrist è volutamente eccessivo, inutilmente sanguinoso, truculento fino all’offensivo o al ridicolo a seconda di quale sia la resistenza del vostro stomaco; è barocco, confuso, affetto da un simbolismo semplicistico e ostentato. Ma lo spessore di Von Trier Autore è esaltante: la forza e l’autorità con cui porta avanti le sue idee di cinema sono esemplari, il vigore delle sue scelte riempie l’occhio e la mente parcheggiandosi ingombrante nell’immaginario dello spettatore. Non me lo immagino come persona umile e modesta, lo sospetto animato da una vocazione messianica (tutta la ferrea dottrina del Dogma: un nuovo codice per superare le convenzioni pre-esistenti; la ribellione attraverso la disciplina). Elementi (per me) visivamente decisivi in Antichrist: l’aria di Händel ed il sontuoso bianco e nero nel manieristico slow-motion iniziale; la foresta sgranata come orrorifica Natura primordiale; il sordo e ossessivo cadere delle bacche; le radici spettrali che diventano grovigli di corpi nudi; alcune interferenze digitali. Per il resto, dichiaro la mia superficialità e ignoranza: non voglio cercare di capire a fondo il perché, la figura della Donna-Gainsbourg, la misoginia e Ratisbona, il fuoco purificatore, il ruolo volutamente apatico dell’Uomo-Dafoe, la simbologia dei tre mendicanti, le esibite mutilazioni, le cadute di stile (il piede caprino, gli animali parlanti, la fuga nel bosco).

martedì 21 aprile 2009

all'aperitivo

Durante un sofisticato aperitivo di un sabato primaverile, l’aria si mantiene frizzante a dispetto dell’ambiziosa gioventù che già in abiti leggeri si intrattiene di fronte al locale. Di gran moda il calice di vino che spodesta i pre-dinner più canonici, offrendo eleganza a supporto della gestualità sociale dei presenti.
Grazie ad alcune amicizie comuni, mi ritrovo a scambiare due parole con una ragazza: niente di memorabile, indolore scambio di informazioni superficiali per costruire una minima conoscenza reciproca.
Parlando del recente weekend pasquale, lei mi dice che lo ha trascorso nella tranquillità della sua casa in montagna, lontana dalla frenesia della città, dagli obblighi sociali e dalla zavorra della mondanità. Trentenne professionista votata al consapevole understatement del tacco basso, sfoggia navigata maturità parlando della sua fuga dalla smania degli impegni urbani: sai, sono stata un po’ da sola, mi sono rilassata, ho fatto qualche passeggiata, mi sono letta un libro…
E lì l’errore, madornale. Una saggia vocina interiore mi suggerisce di non farlo, di lasciar perdere, di non essere pedante, di evitare una domanda la cui risposta di sicuro non mi piacerà. Ma niente da fare: a testa bassa apro la bocca e sparo la domanda più stronza della mia serata: Ah, bello. E che libro hai letto ?
Ecco, non ci posso credere: l’ho detto. Non me ne posso capacitare. Mi chiedo perché io commetta errori così grossolani.
Sadica e inevitabile, la sua risposta arriva come una staffilata: quello di Fabio Volo. Sorrido con sportività, bevo un sorso di Morellino – facile, non impegnativo – e si procede.

martedì 14 aprile 2009

NYC, marzo

Inseguendo la debole traccia dei suggerimenti di Time Out al confine fra East Village e Lower East Side, arriviamo all’ingresso del Lit Lounge sulla Seconda Avenue, dove un improvvisato doorman emaciato – lontano anni luce dall’immagine stereotipata del doorman, alternativamente rappresentata da prestante elegantone con espressione ottusa o colossale ragazzo di colore – ci impedisce l’ingresso sventolando l’abusata scusa del private party. Provo a sottolineare come ne parlasse Time Out motivo per cui la scusa del private party non sia sostenibile: il doorman si stringe nella spalle (he shrugs) come a dire che deve suo malgrado attenersi alle ingiuste regole della direzione, che lui per primo non comprende questo approccio esclusivista. E infatti non lo comprendiamo neanche noi, ma evitiamo di insistere; scendiamo quindi di poco verso sud per infilarci al Sin Sin/Leopard Lounge sulla Quinta Est, che si rivela però scarsamente popolato e indegno di sosta. Ci allunghiamo allora fino al Bowery Electric sulla Bowery giusto per rimanere altrettanto delusi: il concerto nel basement è finito e nel main floor stazionano soltanto alcuni amici intimi del barman ed una coppia che amoreggia su uno sgabello. Di certo è andata meglio qualche sera fa al Sullivan Room a due passi dalla NYU, affollato di gioventù danzante apparentemente estasiata dalla mancanza di fantasia del dj house, oppure al 55 in Cristopher st, dove una band jazz guidata da una talentuosa chitarrista si lanciava in re-interpretazioni fusion del repertorio di Hendrix.

25 anni fa McInerney apriva magistralmente Le mille luci di New York sulla notte senza fine di Chuck, una discesa negli inferi mondani dai piani alti del pre-serata in zona Upper East Side fino ad un improbabile dialogo con una ragazza rapata a zero in qualche malfamato locale del Village. L’inquisitoria seconda persona singolare utilizzata da McInerney marca il segno di un’epoca: é dirompente, ossessiva, spietata. Dai fanghi della notte sostenuta dal tiramisù boliviano, riemergono i colori allegri del recente passato: la felice vita di una coppia appena arrivata al Village.

A passeggio sulla 86esima Est chiacchieriamo con una benestante signora americana al rientro dalla passeggiata a Central Park, il suo cane orgoglioso le porta i guanti per sentirsi utile. Ci separiamo sulla Lexington, quando deviamo verso sud per pranzare in un diner suggerito dalla Lonely: l’ambiente è sì classico e la cameriera sufficientemente sovrappeso ma non soddisfiamo il nostro bisogno di un’iconografia da film americano. In fondo non è che potessimo pretendere troppo: non ci troviamo lungo una popolare interstate ma nell’Upper East Side, dove i palazzi hanno i portieri in livrea e gli ingressi in marmo ed un posto auto costa 700 dollari al mese … Il nostro desiderio viene in parte soddisfatto da Cozy Burger su Broadway all’altezza dell’Ottava, dove chiacchieriamo con il cameriere greco che ci serve deluxe cheeseburger, milkshake, un ricchissimo cheese cake e gli immancabili bicchieroni di acqua e ghiaccio.

Il calvario di Sherman McCoy comincia fra la profusione di marmo del suo appartamento di Park Avenue, laddove il Padrone dell’Universo viene ritratto inginocchiato a terra intento a lottare con un riottoso bassotto, sua scusa per uscire di casa e dedicarsi a pratiche fedifraghe. 22 anni fa, nel Falò delle vanità Tom Wolfe dava sfoggio della sua profonda conoscenza dell’upper class newyorchese, un popolo autoreferenziale, esigente e sofisticato. Anche se a vederlo – spocchioso, esile, in total white – Wolfe non ispira istantanea simpatia, è innegabile la sua pluriennale abilità nel cogliere stili di vita, status, contraddizioni, gusti e tendenze dell’epicentro New York (dalla sua attività di giornalista per il pioneristico New York di Clay Felker negli anni Sessanta fino alle pagine del Falò).

L’abbondanza dell’offerta e i prezzi vantaggiosi scatenano gli acquisti anche nei più riluttanti: temporaneamente rapiti dal demone dello shopping girovaghiamo per l’outlet Century 21 a Lower Manhattan, che si affaccia sul cielo livido e la neve che si abbatte su Ground Zero. Forse per i lavori in corso, forse per il freddo che suggeriva di non soffermarsi troppo all’aperto, non traggo alcuna sensazione da Ground Zero: troppo forte l’immagine nelle nostre memorie di ciò che è stato al confronto della vista presente di un vuoto che, a causa di gru e varia attività umana restauratrice, non sembra essere più tale.

Nella serrata giornata di Monty Brogan nella 25° Ora, Spike Lee inserisce una sequenza memorabile in cui sovrascrive l’assordante dolore dell’11 settembre alla trama del suo film. Angosciante piano sequenza, camera fissa, punto di vista leggermente rialzato: inquadratura teatrale del dialogo fra Frank e Jacob su una vetrata che si staglia implacabile sulla ferita ancora aperta di Ground Zero. Spike Lee è spietato: non è permesso distogliere lo sguardo, il dialogo viene trascinato oltre il necessario per costringerti nell’inquadratura fissa.

domenica 15 febbraio 2009

cena aziendale

Più di una volta provo una spiacevole sensazione di scollamento dalla realtà sociale che mi circonda e mi ritrovo ad annaspare con scarsissima credibilità per riacquisire un minimo di presenza mondana. Alcuni miei vicini di tavolo sembrano aver trovato inesauribili filoni di conversazione da cui mi sono auto-escluso fin dagli antipasti. Il Vermentino di Sardegna mi tiene compagnia con la sua allegria fino al dolce, quando i reiterati brindisi mi offrono l’occasione per uscire dall’angolo e riallacciare alcuni imprescindibili contatti.
In piedi con i bicchieri di spumante brindiamo e rimescoliamo le carte della serata: con il suo vestito nero, Angela mette in chiaro che la palma della più bella dell’ufficio spetta a lei e che a nulla valgono i tentativi delle altre ragazze di scipparle il titolo. Non è della stessa opinione Aldo, il cui parere mi sembra però non oggettivo bensì dettato dalla filosofia La volpe e l’uva. L’inconsueta allegria di Veronica sembra suggerire un abuso di Vermentino, mentre Manuela mi descrive con profusione di dettagli le impressioni sul suo nuovo incarico lavorativo, nato per fornirle interessanti prospettive di crescita nonché nuovi stimoli professionali ma ahimè ridottosi rispetto alla promesse a causa di un imprevisto ridimensionamento dell’interesse aziendale nel business specifico. Giuro che ha detto veramente così. Provo a condividere con Aldo l’eccessiva formalità del soggetto: secondo me quella lì non gode neanche quando scopa mi risponde asciutto.

Ad un altro tavolo siede mestamente Rossetti, in pensione dallo scorso mese. Inequivocabile sul suo volto l’amarezza di chi ha sempre fermamente creduto nell’istituzione azienda e non ha gradito l’accelerazione della pratica del pre-pensionamento.
Poco lontano da noi una cena di lavoro tutta al femminile, probabilmente un centro estetico o qualcosa di analogo: di certo non bellissime, ma di sicuro effetto nel contesto grazie ad una certa vistosità di modi e abiti. Matteo e Aldo le hanno già etichettate come facili conquiste – il termine utilizzato non è propriamente questo – in virtù di un’interpretazione a mio parere un po’ semplicistica dei comportamenti femminili. Inutile dire che stando ai resoconti del lunedì successivo il finale della serata darà inevitabilmente ragione ad Aldo.

Carichi di Vermentino, spumante e successivi drink finiamo compatti a ballare: il momento delle danze infrange le distanze di sicurezza reciproche cui siamo abituati mentre l’alcool eccita l’ambiente e tutti sembrano piacersi come mai prima. Matteo confessa che questa sera gli piace pure Veronica, che effettivamente vedo assumere un suo valore sessuale che evidentemente finora non avevamo mai percepito.

Verso le quattro lascio il gruppo, con Aldo che ormai staziona intorno ad una bionda del presunto centro estetico, Matteo che persegue la missione Veronica, Angela che è stata raggiunta dal fidanzato.
Alle otto mi attende la sveglia per un weekend a Parma con Giorgia: alla fine l’idea di un aperitivo o cena è stata direttamente sostituita dalla ben più ingombrante proposta di un weekend insieme.

giovedì 12 febbraio 2009

gli sguardi fugaci e frettolosi

gli incontri e gli sguardi fugaci e frettolosi, come se ci si dovesse giocare tutto in un momento, quando incrociamo una persona in aeroporto o in metropolitana e sappiamo che esiste solo quel frammento che ci viene messo a disposizione, solo quella scheggia di tempo in comune perchè il destino beffardo non sarà così magnanimo da concederci un’altra occasione per cui non avremo altro istante che quello, labile, in cui gli sguardi si incrociano e consci della loro precarietà li carichiamo di significato, attesa, attenzione e promesse, perché sappiamo che perderemo tutto e allora siamo generosi come di solito non siamo mai.

domenica 8 febbraio 2009

di ritorno

Quanto hai impiegato a fare la tua passeggiata ? mi chiede Alberta dal bagno, mentre sono sprofondato nel divano a leggere. Non lo so. L’era del cronometro è finita. Fino a poco tempo fa avevo l’abitudine di cronometrare maniacalmente ogni gesto e attività quotidiana. Credo che questa mia pratica abbia costituito prezioso materiale per le elucubrazioni psicologiche di Alberta. Conoscevo alla perfezione la durata di ogni azione. Avrei potuto vivere scandito da un metronomo. Poi un giorno ho smesso.

Alberta mi accompagna in stazione insieme a Chiara che mi regala un disegno: una versione di me lunga come un’ombra che saluta con una mano enorme.

Scivolando nel corridoio affollato, raggiungo lo scompartimento della mia prenotazione. Seduti vicino al finestrino, due giovani militari al rientro della licenza: gli sguardi persi nel paesaggio oltre il vetro o in alternativa nello schermo del telefonino. Le loro telefonate sono tutte ascrivibili a due categorie: aggiornamenti sulle rispettive tempistiche di rientro con altri commilitoni in licenza; aggiornamento sullo stato del viaggio con mamme e fidanzate rimaste a casa. Nel sedile centrale, brillante anziana signora romana, cui principale argomento di conversazione sembra essere l’inefficienza del nostro sistema ferroviario. Ogni minima incertezza nell’avanzare del convoglio, ogni sosta in stazione prolungata oltre l’intervallo di tempo che lei giudichi essere sufficiente, scatenano il suo disappunto verbale. Di fronte a lei, giovane intellettuale sinistrorso accompagnato da copia d’ordinanza di Manifesto e Internazionale. Guarda con malcelato disprezzo i due militari, ai suoi occhi probabilmente classificabili come borgatari plausibilmente fascistoidi. Di fronte a me, studentessa dai capelli raccolti, appisolata con I-Pod e Ammaniti. Io e il sinistrorso vorremmo stabilire un contatto con la suddetta studentessa, ma lei sembra fuggire ogni nostro possibile sguardo. E’ probabile che preferisca l’onesta concretezza dei militari alla confusa inconsistenza del debole sinistrorso e del sottoscritto.

Vengo svegliato da una telefonata del Guzzo che sta trascorrendo il weekend nella casa al mare della fidanzata. Sembra che lei abbia fatto naufragare l’elegante cena del sabato sera a causa di continue telefonate per un’impellente emergenza lavorativa.
Non so come il Guzzo sia riuscito a tollerare il cameriere che gli chiedeva se dare ordine alla cucina di ritardare i secondi fino a che la signora non fosse tornata al tavolo. Solo, umiliato davanti allo champagne che si spegneva nel secchiello, circondato da ingombranti fruscii sommessi, luci soffuse e dall’educato conversare degli altri tavoli.
Cazzo, io la lascio. Ieri sera mi ha veramente rotto il cazzo mi dice poco prima che io perda la linea quando il treno entra in galleria.

vivere di miraggi

Quando manca una vita vera, allora si vive di miraggi. E’ sempre meglio che niente.
Anton Pavlovič Čechov, Zio Vanja (traduzione di Gian Piero Piretto)

In mezzo alle scene di vita di campagna di Zio Vanja, Čechov piazza una frase asciutta e secca come una coltellata. L’anonima routine della vita di campagna interrotta dalla visita del professore e dell’affascinante Elena riprende monotona e totalizzante dopo la loro dipartita, nella perfetta ciclicità della storia.
I personaggi sono accompagnati da una totale malinconia e assenza di gioie e stimoli, proiettati in un’esistenza mediocre ed abitudinaria da cui sono esclusi amori, sentimenti e tensioni spirituali più alte.
Da quel poco che ho letto su Čechov mi incuriosiscono la sua iniziale mancanza di fiducia nelle proprie doti letterarie, relegate a passatempo secondario rispetto alla sua professione di medico, la sua inquietudine creativa e vitale, la sua ritrosia artistica, l’incerta e dimessa opinione di sé nonostante il successo: in me il fuoco brucia uniforme e indolente, senza improvvise vampate e scricchiolii… ecco perché non commetto evidenti sciocchezze né atti decisamente intelligenti. Manco di passione.

domenica 18 gennaio 2009

¡Viva Cuba Libre!, 2

La povertà dei mezzi ispira la fantasia: una lattina o un dentifricio, opportunamente tagliati, diventano dei colorati festoni da appendere fuori casa. Gli imballaggi sono un problema: eccetto che nei locali puramente turistici, i sacchetti di plastica e la carta per alimenti sono rarissimi; facile quindi che la pizza de queso calda, appena sfornata, venga appoggiata su un pezzo di cartone prontamente strappato da qualche scatolone a portata di mano.

Claudio è convinto che nell’hotel di Bayamo della catena Islazul abbia soggiornato Gagarin.
E io li immagino: negli anni Sessanta i cosmonauti russi, con il fisico e la mente duramente provati dalle prime missioni nello spazio, vengono spediti a ritemprarsi al sole caraibico dell’alleata Cuba; come se non dovessero sentire la nostalgia della madre URSS, sono ospitati in edifici dagli angoli retti e dalle rigorose prospettive sovietiche.

Con il crollo dell’URSS e la conseguente interruzione del flusso di denaro e aiuti sovietici, all’inizio degli anni ’90 Cuba ha attraversato un periodo di severa ristrettezza economica in cui Castro ha dovuto adottare misure draconiane per fronteggiare la crisi.
Qualche anno dopo, allontanatasi l’ombra sovietica, Cuba ha aperto alla Chiesa Cattolica con la visita ufficiale di Papa Wojtyla. Alcune chiese sono state oggetto di un robusto restauro in occasione della visita papale, altre versano nello stato di fatiscente decadenza cubana.

Una frontiera con guardie armate e controllo passaporti segna l’accesso a Cayo Coco, seconda area turistica cubana dopo Varadero, a cui però i cubani non sono ammessi, in una sorta di spietato apartheid turistico.
Mentre nella spiaggia popolare di Playa Maguana oziano le famiglie cubane, vagano gli onnipresenti cani ossuti e grufolano addirittura i maiali (che vanno ghiotti per le noci di cocco), la finissima sabbia di Playa Pilar è calpestabile solo da piedi capitalisti.

Hemingway ha vissuto a lungo a Cuba: oltre ad un probabile sosia che ho incrociato sul Malecon dell’Avana, intento a fumare pensoso un sigaro a torso nudo, il pellegrinaggio hemingwayiano tocca l’hotel Ambos Mundos, la Finca Vigia fuori città e i due celebri bar che lo scrittore frequentava abitualmente. Come tutti i locali storici divenuti icona e dati in pasto alle masse, hanno perso lo charme originario; tuttavia, il Floridita mantiene ancora il suo elegante fascino, con i barman in rosso, le luci basse, il lungo bancone in legno, i suoi Daiquiri con il maraschino.

I cubani non sembrano impazzire per Capodanno: allo scoccare della mezzanotte un semplice brindisi, gli auguri, qualche rarissimo fuoco artificiale nel cielo di Santiago e niente più. Essere un turista a Cuba ti garantisce quella libertà di movimento che nel mondo occidentale è tipico dei VIP: senza essere fermati da nerboruti addetti alla sicurezza, saliamo liberamente alla terrazza dell’Hotel Granda nel centro di Santiago per brindare alla mezzanotte con un’impagabile vista sulla città. Tania inventa l’ennesimo pericolante castello di bicchieri e guide turistiche per celebrare il momento con un autoscatto.

¡Viva Cuba Libre!, 1

I nuovi autobus cinesi Yutong sorpassano rapidi i carretti a cavallo ed i camion adibiti al trasporto persone, snobbando gli autostoppisti che invadono le corsie sventagliando i pesos necessari a contribuire alle spese di viaggio; dai rubinetti esce un esile e stentato filo d’acqua, mentre il dispenser del sapone liquido è un semplice complemento d’arredo perennemente vuoto; la penombra domina case e città nel sacrificio richiesto dalla crisi energetica; i fumi di scarico di auto e camion antidiluviani appestano l’aria.

Il primo gennaio 1959 Fidel entrava a Santiago e proclamava la vittoria della Revolución affacciandosi dal municipio di piazza Cèspedes. 50 anni dopo, nella stessa piazza, Raul Castro pronuncia un discorso celebrativo affiancato dai rappresentanti dei paesi del Sudamerica, con l’anti-americano Chavez in primissima fila. Qualche ora prima, le parole del neo-presidente americano Barack Obama aprivano ad una possibile distensione dei rapporti fra Cuba e gli Stati Uniti.

Negli anni Quaranta e Cinquanta il Vedado brillava come epicentro della vita mondana americana a Cuba: L’Avana come protettorato della mafia della East Coast e luogo prediletto di gozzoviglio e divertimento, viveva nell’ambizione del Malecón, il tripudio coloniale dell’Hotel Nacional e, più avanti negli anni, l’orgoglio edilizio dell’Edificio Focsa. Adesso il Malecón sfoggia scorci di abbandono urbano in quel trionfo del fatiscente che é uno degli aspetti più affascinanti della Cuba contemporanea: la passata grandeur mostra oggi i calcinacci, l’erosione, la vittoria dell’umidità e dell’incuria. Le Cadillac e le Buick passano traballanti in nuvole di fumo nero, eccetto qualche raro esemplare dalle cromature perfettamente lucidate, solitamente utilizzato a scopo turistico. Il restauro dell’Avana storica ha dato i suoi primi risultati nel decoroso lastricato di Plaza Vieja: la piacevole illuminazione e gli edifici ristrutturati restituiscono la piazza al suo splendore ma, paradossalmente, la rendono meno affascinante.

Non c’è pubblicità a distrarre l’occhio, le uniche parole che irrompono nel paesaggio inneggiano all’inesauribile mito della Revolución nei suoi concetti cardine di orgoglio, socialismo, libertà, disciplina, autarchia e vittoria. Le foto di quegli anni sono cariche del fascino romantico del concretizzarsi di un’utopia: i barbudos arrampicati nella Sierra Maestra; l’inesauribile iconografia di Guevara; Fidel e Krusciov sulla neve durante la visita in URSS; alcuni scatti baciati da Dio, quando una singola foto rapisce una vita intera.
50 anni dopo non riesco a capire i risultati e soprattutto i danni del modello cubano e mi restano in testa troppe domande che non trovano risposta a causa della condivisibile reticenza dei locali e del mio inesistente spagnolo.

lunedì 22 dicembre 2008

formicaio

Trascinato da un amico affamato, penetro nel McDonalds di un centro commerciale invaso dalla folla natalizia. Entrando dal piano superiore si scende una rampa di scale per accedere al piano inferiore dove sono posizionate le casse. La vista dall’alto assume per me i contorni di una visione: sotto di me si stende, inequivocabile, il nostro declino. Una distesa di varia umanità, stanca e appesantita dallo shopping spasmodico e obbligato del Natale imminente, siede numerosa ai tavoli bianchi di fronte a leggeri vassoi in plastica carichi dei resti unti di vario cibo rapido.
La visione dall’alto è esteticamente illuminante: il bianco immacolato dei tavoli, il rosso dei vassoi, i mille colori delle confezioni del cibo in vari stadi evolutivi, dal fresco contenitore di panino appena assemblato, al maleodorante resto accartocciato, su cui oltre all’unto devono essersi accanite pure le mani nervose e torturanti di qualche famelico cliente. I bambini scorrazzano fra i tavoli seguiti da genitori sommersi da cappotti e sciarpe e guanti resi inutili dalla temperatura sahariana generata dal congiunto effetto di riscaldamento e illuminazione artificiale.
Dall’alto, sembra un formicaio stanco: un incredibile brulicare di persone, pardon: consumatori, reduci dalla loro onesta giornata di lavoro.
Mi siedo ad un tavolo. Il mondo visto dal basso non ha più niente dell’illuminante visione dall’alto. Raccolgo una pallina finita sotto al tavolo ad una simpatica bambina riccioluta. La prende dalle mie mani e torna a dedicarsi al suo Happy Meal. Davanti a me un’avvenente ragazza bionda troppo truccata mangia rapida la sua pausa pranzo scrivendo sms. Sul retro della confezione del Big Mac dell’amico affamato leggo le percentuale del fabbisogno giornaliero di grassi, sale, proteine e calorie apportato dal Grande Mac di cui sopra. Alcuni numeri sono indubbiamente notevoli. La Sprite dell’amico, evidentemente assetato oltre che affamato, è clamorosamente gassata. Non abituato, reprimo l’esplosione di anidride carbonica e non rutto.

domenica 14 dicembre 2008

departures

In coda al check-in davanti ai terminali bloccati da un problema tecnico, osservo il siparietto che viene imbastito nella fila accanto alla mia da due giovani manager in business trip. Lei, professionale e magrissima, fasciata in un istituzionale completo nero e camicia bianca, ricorda vagamente Sarah Jessica Parker; lui, giovanile e brillante, ostenta sicurezza in ogni minimo atteggiamento nel suo completo Armani e informali scarpette Paciotti. Insofferente all’inefficienza del sistema aeroportuale, lei si siede sul nastro trasportatore del check in, il cui display restituisce un improbabile 40 kg: la Carrie Bradshaw della Malpensa è effettivamente una silfide ma 40 kg sono un peso più adatto alla sua valigia stipata di abiti e scarpe piuttosto che a lei. Il viso profuso di intraprendenza di lui sfrutta l’occasione per perorare la sua causa di corteggiatore occasionale ma non nasconde un’espressione di incredula perplessità.

Al problema tecnico al check-in si sommano ulteriori difficoltà organizzative derivanti dai continui scioperi, con il risultato di ritardare la maggior parte dei voli di almeno due ore. Fra i viaggiatori che fluiscono verso bar e caffetterie, mi ritrovo alla stessa vineria dei due manager. Il corteggiamento prosegue davanti a due calici di vino rosso, seppur continuamente interrotto dalle telefonate di lavoro e dallo scorrere delle mail sui Blackberry. Il mio vicino al bancone mi guarda di sottecchi e vuole palesemente attaccare bottone, annoiato dalla lunga attesa: temo un’estenuante filippica sull’inefficienza delle nostre compagnie aeree e società di gestione aeroportuali, infarcita di luoghi comuni e volanti paragoni con l’efficiente rigore degli altri paesi europei e dei paesi emergenti (già lo sento: Ah! Vedesse che efficienza nella lounge Emirates a Dubai !).
La mia attenzione ritorna sulla coppia: adesso lei è impegnata al telefono e cammina nel corridoio antistante la vineria, gesticolando con mirabile discrezione, mentre lui è rimasto al tavolo a sorseggiare il suo vino. Nei due vedo il Guzzo e la sua ingestibile compagna: chissà se anche il giovane manager qui presente, qualora la storia con la silfide dovesse proseguire al di fuori di questo aeroporto, si ritroverà a patire l’indipendenza professionale e la vita eccessivamente impegnata della compagna.

Mentre sono finalmente in coda al mio cancello d’imbarco, mi arriva una telefonata da Giorgia. Nonostante le reiterate promesse, non siamo ancora riusciti ad uscire una sera insieme: l’agognato aperitivo per stare un po’ insieme è stato ripetutamente posticipato, sono invece andate in onda almeno un paio di lunghe telefonate in cui la ragazza, evidentemente bisognosa di parlare, mi ha raccontato buona parte della sua vita degli ultimi due anni. Alcune difficili scelte personali, un nuovo lavoro ed un trasferimento, la convivenza con l’ex fidanzato naufragata malamente, i problemi di salute della madre: apparentemente so tutto di lei.
Giorgia mostra un immotivato entusiasmo nei miei confronti, e sembra aspettare con ansia la nostra uscita insieme salvo poi rimandare ogni mia proposta a causa di imprescindibili e complicatissimi impegni.
Alla fine sono costretto a chiudere la comunicazione già seduto al mio posto dopo l’ennesima occhiata malevola della hostess teutonica.